Perché non è mai opportuno identificarsi con il proprio lavoro

Il caso Schwazer che ha impazzato in TV in questi giorni mi ha persuaso definitivamente di un pensiero: non bisogna mai identificarsi completamente con il proprio lavoro.

Nell’epoca dei motivatori (alcuni bravi, altri oggettivamente fenomeni da baraccone) che ci incitano a dare il massimo, a pretendere sempre di più da (e per) noi stessi, a osare sempre e comunque, sembra un’affermazione in controtendenza. Ma così non è.

Non identificarsi col proprio lavoro non significa tirare i remi in barca, battere la fiacca, fare il fannullone. L’impegno può (anzi, deve) essere al massimo. Significa comprendere che noi non siamo il lavoro che facciamo e il lavoro che facciamo non è noi. Questo esercizio può risultare particolarmente difficile quando svolgiamo un’attività lavorativa che ci appassiona e coinvolge, e magari ci viene bene e ci fa sentire persone di successo; in questo caso identificarcisi fa anche un po’ comodo perché ci sentiamo realizzati.

Tutto comprensibile, però se ti capita una cosa alla Schwazer che succede? Andiamo in depressione?

Noi non siamo il nostro lavoro e viceversa. Dobbiamo assimilare questo punto per preparare le difese qualora l’attività che ci piace così tanto dovesse voltarci le spalle.

Ok, dal momento che non siamo atleti professionisti difficilmente la nostra carriera verrà troncata dall’antidoping, può però succedere di subire un licenziamento, la propria attività può fallire per qualche grave motivo, in generale, il vento può cambiare direzione e mettere fine alle nostre fortune. Ecco che aver creato un distacco fra noi e quello che facciamo può rappresentare il discrimine fra lo sprofondare in una crisi nera ed il riciclarsi brillantemente in qualcos’altro.

Utilissimo a mio modo di vedere è crearsi un hobby (anche più di uno) e attività parallele da coltivare quando ce n’è la possibilità (se il tempo a disposizione non consente di fare di meglio) ma da non trascurare mai del tutto. L’ideale è pensare ad attività che alla lunga possano anche produrre un reddito e che riescano a diventare un vero e proprio piano B.

Pochissimi riescono in questo, a causa credo di un problema di mentalità (fino a pochi anni fa il primo lavoro di un italiano era anche l’unico fino alla pensione e non c’era la necessità di pensare a piani B). Esiste inoltre l’ostacolo psicologico del “io non so fare niente”, “ho sempre e solo fatto questo”, riconducibile ad una forma mentis acquisita negli anni d’oro in cui senza “sbattersi” più di tanto qualcosa si portava a casa comunque.

Distacco dalla propria posizione professionale, interessi e hobby tornano utili anche qualora non si verificasse mai la necessità di attuare un piano B vero e proprio. Penso a chi va in pensione e (sempre più spesso) si sente svuotato, inutile, senza più uno scopo nella vita, e finisce col non fare più nulla (e quindi deprimersi).

Distacco psicologico dalla professione permette – chi lo avrebbe mai detto – migliore visione di insieme e capacità decisionale migliori.

Pensiamo a Papa Ratzinger – non sono impazzito –, uomo anziano e fisicamente fragile ma talmente coraggioso, intelligente, colto, acuto e distaccato dal proprio ruolo da avere il coraggio – primo in 2000 anni – di dimettersi dal ruolo di Papa. Un gesto, il suo, di una portata storica così significativa da rappresentare a mio modo di vedere l’esempio più elevato, altruistico e nobile di distacco dalla propria sfera “professionale” (passatemi il termine “professionale” riferito alla missione del papato).

Per chiudere come abbiamo cominciato, mi auguro che anche Alex Schwazer abbia la forza di vedersi per quello che è: ovvero uno che per lavoro ha praticato marcia ad alti livelli ma può benissimo fare altro.

Noi, da osservatori della vicenda, dobbiamo fare lo stesso evitando di sentirci falsamente al sicuro.

3 comments

  1. Condivido il contenuto dell’articolo.
    Vivo pienamente un disagio che deriva dall’identificazione nel mio lavoro.
    Credo ci siano professioni (come nel mio caso, architetto) che segnano la personalità in modo totale. Intendo dire che ci si costruisce un sistema di riferimento e di “valori” così esteso da condizionare davvero ogni aspetto della propria vita, sia positivamente che negativamente.
    Soprattutto quando il lavoro è difficile a causa di fattori esterni (crisi, scarsità di clienti) e si deve scendere a compromessi che implicano la rinuncia ai propri ideali.
    Può sembrare un’esagerazione parlare di ideali, eppure, più aumenta la consapevolezza in ciò che si sta facendo, più diventa faticoso andare contro le proprie idee pur di non perdere clienti e opportunità.
    Fortunatamente, come suggerito, esistono i piani B (che spesso sono indirettamente condizionati dai piani A). Paradossalmente si può arrivare ad un punto in cui si è disposti a reinventarsi, pur di scendere a compromessi con il proprio schema mentale frutto di anni e anni di sedimentazioni e sovrastrutture. Con il rischio di sentirsi in colpa per aver investito magari anni di studio e sacrifici.

    Insomma, un problema serio che si può risolvere con un più o meno marcato distacco e con la rinuncia ad identificarsi nella propria professione. Un percorso di consapevolezza e crescita.

    1. Caro Lorenzo,
      grazie mille per il commento.
      Non ho sufficienti elementi per inquadrare la tua situazione, mi vengono pero in mente due cose: una da coltivare e una da abbandonare senza rimpianti.
      Quella da coltivare è sicuramente l’equilibrio… difficilissimo, pero la tua capacità di riflessione ti ha già messo sulla giusta strada.
      Quella da abbandonare è la paura: quando avrai individuato la strada prendila senza esitare.
      A presto!

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