I “neet” e un paio di consigli per uscire dal circolo vizioso della disoccupazione

L’articolo uscito su La Stampa che racconta di Ernesto – ventunenne, torinese e “neet” – mi ha molto colpito.

“Neet” è un acronimo inglese che sta per “not in employment, education or training” e che definisce nel gergo comune i giovani fra i diciannove ed i venticinque anni che conducono essenzialmente una vita da pensionato, salvo il fatto di non esserlo e di non percepire alcuna pensione.

Il neet non studia, non ha un lavoro e non ne cerca uno perché di solito lo ha cercato per molto tempo senza risultati ed è talmente sfiduciato da non crederci più. Il neet sprofonda in uno stato di apatia, non agisce e probabilmente perché non sa come farlo. Ernesto, il protagonista dell’articolo, fa il casalingo la mattina, ed il pomeriggio gioca con la PlayStation. Guarda i suoi coetanei vivere normalmente mentre lui non può permettersi nulla; implicitamente mette anche in discussione il proprio diritto a desiderare le cose più normali tipo una serata in discoteca o una vacanza estiva.

La vicenda ha bucato lo schermo ma non scopre nulla di nuovo. In Italia manca da anni una vera politica del lavoro che si occupi di dare un’occupazione a tutti. Alla fine uno Stato se non si preoccupa di pianificare questo, cosa deve fare?

Non mi riferisco a lavori statali per tutti, a roba socialista, ma ad una politica seria e continuativa volta ad attirare investimenti stranieri, a favorire quelli interni, a snellire la burocrazia al fine di stimolare la creazione di nuovi posti di lavoro. Questo in Italia manca perché mancano le competenze tecniche, in chi governa, per farlo.

A chi pensa che invece lo Stato non c’entri e ognuno si debba arrangiare dico che è l’italiano medio: miope, egoista, gretto ed ignorante. Uno Stato serio e forte sa occuparsi dei più deboli, di quelli che da soli non ce la fanno. O la soluzione è scappare tutti all’estero?

Va ricordato che scivolare ai margini non è difficile, bastano un’autostima scarsa, un pizzico di sfortuna, una forza mentale un po’ discontinua, pochi stimoli culturali dalla propria famiglia di origine, magari – perché no – un’intelligenza non brillantissima. Senza incappare in tutte queste condizioni tutte assieme basta semplicemente un periodo no.

Noi di BlogJob non possiamo sostituirci al governo in materia di politica del lavoro, però ci vantiamo di essere in grado di dare consigli efficaci a chi voglia muoversi con agilità nell’odierno (e perfido) mondo del lavoro. Cerchiamo allora di dare qualche consiglio pratico a chi si dovesse trovare nella situazione di Ernesto.

Ad un neet che stesse leggendo direi innanzitutto di non perdere la speranza perché la situazione è seria ma non irreparabile.

La condizione stessa di neet lo identifica come un giovane, una persona che quindi ha tutto il tempo di uscire da una condizione svantaggiosa.

Per cominciare sconsiglierei assolutamente di intraprendere un’attività imprenditoriale (apertura negozio abbigliamento, gelaterie e simili). Se uno è neet, lo è probabilmente perché non ha sviluppato competenze ed esperienze significative, un’avventura imprenditoriale si trasformerebbe pertanto in un disastro annunciato in cui magari distruggere i risparmi dei genitori.

Piuttosto consiglierei di puntare sulla formazione (non una costosa tipo quella erroneamente individuata da Ernesto), una che includa senz’altro al suo termine un’esperienza lavorativa, di modo da interrompere il circolo vizioso e mettere a CV allo stesso tempo un’esperienza formativa e una lavorativa. Esistono corsi offerti da enti pubblici (e pertanto gratuiti) che garantiscono mini-percorsi di questo genere. Naturalmente non bisogna essere affatto “choosy” ed accettare lo stage per quello che è (fosse anche fare fotocopie), l’importante nella prima fase è uscire di casa e scrivere qualcosa nel CV.

Per uscire completamente dal circolo vizioso, il neet deve comunque realizzare che il suo problema è prima di tutto mentale. Deve smetterla di sentirsi uno sfigato e riprendere in mano il proprio destino: il mondo è fatto di persone assolutamente medie e a fare la differenza è la determinazione.

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