La verità sul lavoro dei sogni

Un recente e brillante articolo della BBC dal titolo “Non è complicato ottenere il lavoro dei propri sogni. E poi odiarlo” mi ha molto divertito e dato da riflettere.

L’autrice – una giornalista della BBC, appunto – dichiara di aver sempre amato moltissimo gli animali e sognato, sin dall’infanzia, una professione che la mettesse a diretto contatto con loro. Verso i vent’anni, invece, le vicissitudini della vita la avvicinano al giornalismo; il sogno nel cassetto resta però lì e la accompagna fino all’età matura. Giunta dopo anni dinanzi alla possibilità di una pausa di tre mesi, la giornalista decide di darsi un’opportunità trasformando in realtà il proprio sogno di sempre: parte per la Tasmania per lavorare come volontaria in un centro di recupero per animali feriti.

La routine del lavoro si dimostra ben diversa dal “film” che per anni aveva girato dentro la sua testa. Invece di un lavoro di studio degli animali e dei loro comportamenti (visione a dir poco naive ma passiamoci sopra) si ritrova ad affrontare giornate piene di incombenze in mezzo alla pioggia, al fango, al freddo, al caldo. Deve assistere animali investiti da automobili e bisognosi di cure, poi però alcuni di loro non ce la fanno e le si spezza il cuore. Lavorando in un centro di volontari, si trova anche inserita in un sistema di turni per lavare i bagni in comune.

Era questo il lavoro che aveva sognato?

Decisamente no, e dopo tre mesi torna contenta al comfort della redazione.

Storie di questo tipo sono assolutamente comuni.
Per correttezza parto da me. Professionalmente parlando, il mio sogno nel cassetto era di fare il pilota di linea. Per anni ho fantasticato su questa cosa: mi sembrava semplicemente una figata dalla A alla Z. Poi però mi sono informato bene e ho realizzato che non è proprio così. Le condizioni non sono quelle degli anni ’80, e lo stile di vita legato alla professione non è affatto invidiabile. Dunque, ho scoperto che vorrei tantissimo pilotare aerei ma non farlo di professione. Diciamo che mi è andata bene perché non ho fatto uscire il sogno dal cassetto.

Posso riportare casi vissuti da conoscenti ai quali è andata peggio.

C’è chi ha studiato il cinese perché affascinato dalla cultura orientale, per poi scoprire che non vivrebbe per nulla al mondo in una metropoli asiatica sporca e inquinata. Peccato che gli sbocchi lavorativi dei laureati in lingue orientali siano in buona parte orientati in questo senso.

C’è chi si è lanciato nella carriera aziendale, salvo rendersi conto che la vita è ben diversa da quella di Richard Gere in “Pretty Woman”.

Conosco diversi avvocati che nei loro sogni da studenti di Giurisprudenza non avrebbero mai immaginato l’inferno che è talvolta rappresentato dalla vita dello studio legale.

Ma perché succede tutto questo?

L’articolo spiega il fenomeno in tre punti: 1) l’essere umano non è bravo nel fare predizioni accurate sul come si sentirà in situazioni che ancora si devono concretizzare; 2) tendenzialmente l’erba del vicino è sempre un po’ più verde; 3) falliamo nel considerare a fondo i “costi nascosti” – le difficoltà, il peso – connaturati al raggiungimento di obiettivi importanti.

Dobbiamo quindi rinunciare a perseguire i nostri sogni?

Assolutamente no, però occhio!

La regola d’oro è badare molto bene a ciò che si sogna informandosi con estrema accuratezza prima di fare scelte senza possibilità di ritorno.

Bisogna chiedersi: conosco veramente tutti gli aspetti (soprattutto quelli negativi) del lavoro che sogno?

L’attenzione è d’obbligo: il rischio di farsi del male è elevatissimo.

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