Ferie! Ferie! Ferie!

Avete presente quando con amici, ragazzo, famiglia, marito, progettate di prendere quella certa settimana di luglio o agosto, per andare in quel posto fantastico che vi piace tanto, che vi rilassa come nient’altro, che vi emoziona al solo pensiero, e mentalmente iniziate il conto alla rovescia?

Vi organizzate, date l’ok, non riuscite realisticamente ad intravvedere ostacoli al vostro progetto.

Al capo in realtà dovete ancora chiedere, ma in fondo perché mai pensare sempre negativo? Il suo benestare è una formalità. Vi siete organizzati così bene!

Un bel giorno allora andate a chiedere e scoprite di avere ancora molto da imparare sulla psicologia contorta dei capi, perché quella settimana così scontata non era.

Perché?!? Perché?!?

Le motivazioni sono le più disparate: perché tutti fanno le prime tre di agosto; perché ci potrebbe essere un picco di lavoro; perché semplicemente funziona così; oppure, peggio del peggio, perché esiste una gerarchia anche per le ferie, e i più anziani (o alti in grado) prendono le ferie a loro piacimento a discapito dei giovani. Ogni azienda ha le sue.

A me è successo giusto pochi giorni fa e devo ammettere che fa in***zare come bestie.

Piani saltati, quindi si chiamano gli amici e via col pacco. Oppure si ricomincia daccapo con l’organizzazione.

Perché le aziende siano così miopi è un mistero.

Si tratta di piccole cose in grado tuttavia di causare arrabbiature feroci e anche cali motivazionali importanti.

In fondo che senso ha sbattersi tutto l’anno, se poi non possiamo neanche fare quattro giorni di ferie quando diciamo noi?

Se il dipendente ha effettivamente performato in linea con le aspettative e si è organizzato con il lavoro e i colleghi, è un’assurdità porgli eccessivi vincoli nel prendere le ferie estive. Non ha senso. Nemmeno se in ballo c’è uno storico regolamento aziendale risalente al 1938. Le ferie sono il momento del recupero psicofisico, giorni importantissimi in cui darsi al 100% a quegli affetti – e a quelle attività ludiche – che magari nel corso dell’anno abbiamo un po’ trascurato a causa dei 1000 impegni.

Distruggere il piano ferie del dipendente bravo è un sintomo inequivocabile di immaturità organizzativa.

Cos’è l’immaturità organizzativa?

Varie cose. Fra queste, anche la convinzione da parte del management di dover esercitare un rigido controllo sui dipendenti. Il principio sottinteso è che le ferie sono per definizione una cosa un po’ da fannulloni, quindi da tenere d’occhio con attenzione e severità. Il dipendente viene valutato “fisiologicamente irresponsabile”, non degno di fiducia, e quindi giustamente da condizionare, controllare. Se il prezzo da pagare è avere persone incavolate non c’è problema, l’azienda andrà avanti per la propria strada e si terrà ben volentieri gli scontenti in casa.

Nell’organizzazione immatura il presidio, la presenza fisica in ufficio alla postazione davanti al pc, è vissuto come elemento di merito. Poi magari uno dorme per il 50% del tempo, non esiste un controllo serio e meritocratico delle performance, ma non ha importanza fintanto che il presidio viene garantito.

Per esperienza ho notato che con l’anzianità aziendale il problema può via via risolversi (di fatto, dopo anni di rapporto lavorativo spesso l’azienda diventa più ragionevole e permissiva), quindi aspettare può essere una soluzione. Esistono però casi in cui la rigidità permane.

Alcuni mesi fa ha fatto discutere l’ormai mitologico Richard Branson per aver concesso ai propri dipendenti la piena libertà (anche quantitativa) in fatto di ferie. Praticamente in Virgin ognuno è libero di andare in ferie quanto e quando vuole senza dover chiedere il permesso a nessuno. Nella filosofia di Branson a contare sono i risultati: che uno li ottenga lavorando dalla spiaggia, da casa, piuttosto che dal lago non ha nessuna importanza.

Ogni individuo un minimo smaliziato può però cogliere le implicazioni pericolose (e nemmeno troppo nascoste) di una simile strategia: se ferie e lavoro non esistono più come momenti nettamente separati, la tendenza, soprattutto in un ambiente fortemente competitivo, sarà quella di lavorare sempre arrivando quindi nella realtà dei fatti alla sparizione delle “vere” ferie.

Da qui dunque il mio punto di vista.

Personalmente trovo inaccettabile la soluzione proposta da Branson e considero le ferie qualcosa di sacro, da rispettare a tutti i costi. Finché l’impegno professionale durante le ferie si limita ad un paio di telefonate ok, non c’è problema, ma l’idea che qualcuno mi affibbi – più o meno indirettamente – incombenze vere e proprie, ansie e scadenze è inaccettabile, mi ripugna.

Quindi in a lack of a better world – come diceva Gordon Gekkomi scopro molto conservatore e ritrovo a preferire l’azienda tradizionale – che magari mi impone le due settimane a cavallo di Ferragosto -, ma che poi però lascia in pace e rispetta il mio riposo.

Cento volte meglio un’organizzazione un po’ immatura e vecchio stampo di una smart che si insinua nella mia vita privata per disintegrarla.

Ricordiamoci sempre di non mettere il paraocchi e giudicare il trattamento che ci viene riservato nella sua interezza, non sulla base delle due cose che sul momento ci sembrano in cima alle priorità. In questo modo saremo più felici ed eviteremo di abbandonare un’azienda per futili motivi per poi trovarci in breve tempo a rimpiangere amaramente la decisione presa.

Alla luce di questo, se la vostra azienda vi fa fare le ferie che vi spettano e non disturba mentre siete sotto l’ombrellone, consideratevi fortunati.

Buone vacanze!!!

 

 

 

Photo: gqitalia.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *