Il falso problema degli italiani all’estero e la perdita di competitività del Paese

Le recenti dichiarazioni del ministro Poletti, sprezzante nel parlare dei giovani italiani che hanno deciso di emigrare, hanno giustamente causato un’ondata di indignazione.

Non per essere permalosi, ma si devono decidere, cioè: se restiamo a casa da mamma e papà a studiare con calma e a mendicare un lavoro sotto casa siamo bamboccioni e choosy; se invece ci facciamo coraggio, diamo fondo a tutte le nostre energie e andiamo a caccia delle opportunità dove si presentano… meglio così! Perché non valiamo niente e se ci togliamo dai piedi è un bene per chi resta.

Cosa diavolo deve fare un ragazzo allora?

Penso che la politica italiana sia molto lontana dal mettere a fuoco il tema, e Poletti in particolare incappa in tre errori:

Errore 1: la pretesa di “definire” chi parte. Cervello in fuga o scappato di casa? Persona in gamba o incosciente? Futuro brillante o buco nell’acqua? I numeri sono talmente enormi – nell’ordine delle centinaia di migliaia di persone – che illudersi di trovare una definizione preconfezionata valida per tutti è impossibile.

Errore 2: la pretesa di “bollare” con un giudizio semplicistico la scelta di partire, ovvero “giusto vs sbagliato”. Il mercato del lavoro è e sarà sempre più internazionale, la possibilità di trovare un impiego in un altro Paese sempre più concreta. Partire non è giusto o sbagliato ma semplicemente un’occasione più o meno buona che un numero crescente di persone ha la possibilità di cogliere.

Errore 3: pensare che chi parte lo faccia solamente per trovare un lavoro. Da residente all’estero (ebbene sì, sono uno di loro!), posso affermare che la maggior parte dei connazionali di mia conoscenza che oggi abita in un altro Paese aveva la concreta possibilità di trovare lavoro anche in Italia. Sono (siamo) dunque partiti con motivazioni molto più articolate.

La mobilità internazionale è un fatto conclamato del quale possiamo solo prendere atto.

Stabilita la portata epocale di un fenomeno figlio della globalizzazione, viene da sé che il vero problema non è il perché gli italiani vadano all’estero (è normale che ci vadano), ma perché gli stranieri non vengano a cercare le stesse esperienze in Italia. 

Insomma, a mio modo di vedere il problema va proprio guardato da un’altra prospettiva.

L’Italia è forse condannata ad essere eterna esportatrice di giovani qualificati?

Potrà mai importarne?

Se fossi un politico mi chiederei perché Roma o Milano non abbiano lo stesso appeal di Londra, Berlino o Parigi per i lavoratori qualificati e ambiziosi d’Europa.

Perché nessuno vede nell’Italia un Paese in cui trovare opportunità uniche? Perché le multinazionali aprono in Irlanda (motivi fiscali a parte)? Perché a Londra ogni museo è figo mentre in Italia sono quasi tutti pallosi?

Perché i giovani europei non fremono dalla voglia di trasferirsi a Firenze, Genova, Napoli o Venezia?

La risposta a tutte queste domande è semplice ed al contempo drammatica: siamo al cospetto di una vera e propria perdita di competitività del sistema Italia.

Ovviamente nessun politico ha il minimo interesse a portare a galla un tema così spaventoso, un tema che farebbe emergere colpe e soprattutto l’incapacità di trovare soluzioni. Inoltre, costringerebbe i più preparati fra loro a spiegazioni complesse e manovre impopolari che avrebbero esiti elettorali incerti… meglio mettere la testa sotto la sabbia.

Più comodo allora attribuire ogni colpa “ai giovani” lasciandosi andare al chiacchiericcio da bar.

 

 

Foto: www.rivistafiscaleweb.it

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