Come difendersi da chi ci vuole vendere un lavoro

Vi racconto una storia.

Un giovane di belle speranze si reca nell’ufficio di una società di selezione che l’ha contattato per sostenere un colloquio.

Il giovane non se la passa male: grazie ad un buon percorso di studi e alle lingue straniere (parla correntemente inglese e tedesco) ha un impiego stabile e ben retribuito. Peccato solo che l’ambiente sia un po’ troppo stressante, ed il capo non esattamente il massimo… per questo quando riceve la chiamata, non se la sente di rifiutare.

Dopo le presentazioni di rito e alcune domande, la recruiter che lo intervista è entusiasta. Anni di colloqui l’hanno resa attenta ed esperta ed è sicura di non sbagliarsi: il candidato in questione è veramente valido. Al 99% ha trovato una soluzione per quell’azienda un po’ difficile… per questo non bisogna perdere tempo! Ferma il giovane, gli dice di aspettare, e afferra il telefono:

“Ho la persona per voi, volete vederla subito?”

“Certamente”

Con fare complice si avvicina al ragazzo:

“Ti faccio una confidenza: l’azienda che stai per incontrare è quella dei miei sogni. Ho sempre desiderato lavorare per loro. Qualche anno fa lo avevo anche chiesto espressamente a Gianni – il titolare -, ma il fatto di avere figli e non poter viaggiare ha giocato a mio sfavore… magari a te andrà meglio, In bocca al lupo!”

Musica per le orecchie di un trentenne ambizioso! Di corsa quindi a conoscere l’azienda e guai ad arrivare in ritardo!

Sul posto, si trova al cospetto di tutta la dirigenza, lì per lui, per incontrarlo, conoscerlo.

L’iter non è diverso rispetto a poche ore prima: breve presentazione, un paio di domande, la verifica dell’inglese e un esito positivo. Molto positivo.

Il proprietario dell’azienda è, come sempre, molto diretto:

“Caro Luigi, sei un giovane brillante, tuttavia non provieni dal nostro settore e questo è uno svantaggio. Francamente, stavamo cercando qualcuno con un’esperienza più specifica. Ciononostante, voglio darti un’opportunità”

Uscendo dalla stanza si rivolge rapidamente al capo del personale: “Massimo, fagli una proposta”.

Luigi si trova quindi con un contratto sotto al naso, ed un signore sulla cinquantina a spiegarglielo. Nota subito il compenso: sensibilmente inferiore al suo. Il responsabile sembra leggergli il pensiero e anticipa l’obiezione:

“Tranquillo, questa non è la media degli stipendi qui da noi. Si tratta di un semplice inizio, di uno stipendio studiato per la fase di formazione. Ma passiamo piuttosto alla descrizione del tuo lavoro: abiterai all’estero, nel centro di Berlino, lavorerai poco lontano, ecc. ecc.”

“Accetti?”

Luigi avverte la spiacevolezza del prendere o lasciare…

Il titolare gli è apparso deciso e molto diretto, ma comunque non scortese. Il responsabile del personale minuzioso, ma anche rassicurante. L’azienda – non conosciutissima ma storica e finanziariamente solida – ha la forte vocazione internazionale che lui ama tanto, e gli offre una posizione di responsabilità in una sede estera. Ok, lo stipendio. Quello non va bene, però è un piccolo scotto da pagare – per qualche mese – in attesa di essere pienamente operativo.

Luigi si decide e firma.

Dopo solo un mese di lavoro scoprirà che:
Lo stipendio indicato a contratto non era affatto limitato alla fase di formazione (ed infatti non è specificata la durata).
Nella sede estera va per fare il junior di un collega che è lì da più tempo (nel contratto non si fa menzione a ruoli di responsabilità. Il film se l’era girato da solo).
Abitazione e posto di lavoro non si trovano in centro, ma in un paesetto ad una cinquantina di chilometri.
L’azienda soffre di un turnover del personale enorme.

SI TRATTA DI UNA STORIA VERA vissuta da un mio collega arrivato in azienda un mese fa.

Ebbene sì, l’hanno fregato.

Ma perché?

Sembrerà strano, ma certe imprese, in particolare per ruoli complessi e stressanti, faticano a trovare personale (o faticano a rimpiazzare i tanti che continuamente abbandonano), si ritrovano quindi a dover vendere le posizioni, con la necessità anche di farlo nel minor tempo possibile.

Sì ma il tuo collega è stato sciocco, si dirà, doveva informarsi meglio.

Non nego che alcuni errori il protagonista della nostra storia li abbia effettivamente commessi, ma dinanzi ad una “vendita” di lavoro ben orchestrata sin dalla sue fasi iniziali, davvero non è facile difendersi.

Siamo infatti un po’ tutti vittima di un condizionamento per cui i lavori vanno conquistati, innanzitutto, e solo poi capiti.

L’errore è tutto lì. 

Gli errori nel cambiare lavoro sono gravi e dispendiosi (il mio collega, ad esempio, perde ogni mese una somma di denaro considerevole, rispetto al precedente impiego).

Dobbiamo imparare a presentarci ai colloqui con una mentalità completamente diversa. A meno di non essere in un oggettivo stato di bisogno, dobbiamo porci davanti al nostro intervistatore alla pari. Lui giudica noi e noi giudichiamo lui.

Il lavoro che ci offre non lo dobbiamo volere per forza e, consiglio in assoluto più importante, NON DOBBIAMO ESITARE A FARE DOMANDE.

Tantissime domande, anche intrusive. Nello specifico eccone due molto base in grado da sole di far scattare il campanello d’allarme:

– Da quanto tempo sono in azienda i vostri collaboratori che ricoprono questa posizione? Pretendete casi concreti, non discorsi generici (se il più anziano è lì da due anni avete già capito…). IL TURNOVER E’ UN DATO CHIAVE PER VALUTARE UN’AZIENDA LATO LAVORATORE.

– Vi dispiacerebbe mettere questa clausola (ovviamente quale dipende di volta in volta) per iscritto?

Se il recruiter si offende, non vuole rispondere o rifiuta, beh, avete fatto centro e vuol dire che ha qualcosa da nascondere.

E’ buona norma inoltre non fidarsi completamente di quanto ci viene detto e cercare fonti alternative. Dipendenti attuali o ex possono risultare preziosissimi (io stesso una volta ho salvato uno sconosciuto che mi aveva saggiamente contattato tramite LinkedIn). E’ chiaro che anche questo tipo di fonte va verificata ed incrociata con altre.

Tutte queste azioni richiedono naturalmente del tempo, pertanto PRETENDETE TEMPO PER PRENDERE LA DECISIONE. Non lasciatevi coinvolgere dalla fretta del vostro interlocutore (è un problema suo!).

Il lavoro incide moltissimo sulla nostra vita, ricordiamoci quindi che fare domande, chiedere chiarimenti e prendere tempo non è solo saggio e legittimo, ma ci fa anche percepire più sicuri e professionalmente preparati.

Ps: i fatti raccontati corrispondono pienamente a verità, solo i dettagli (nomi di persone e città) sono stati modificati per garantire la privacy.

 

 

 

Foto: www.solletica.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *