DEVO O NON DEVO ANDARE ALL’ESTERO?

L’intramontabile Londra? La selvaggia Australia? O magari una località esotica e di recente sviluppo come Dubai? E perché non la Cina, con la sua crescita vertiginosa?

Qual è il posto migliore per espatriare? Dov’è il futuro?

Da buoni italiani molto probabilmente ci siamo già capiti: sono queste le domande che tutti ci poniamo, delusi dalla mancanza di lavoro, dalla poca meritocrazia, dai salari sempre più bassi, da un’Italia che sembra piena di muri di gomma pronti a rimbalzarci ogniqualvolta tentiamo di realizzare i nostri sogni.

Cercherò di dare una risposta alla domanda posta dal titolo, e vedremo se è veramente necessario scappare all’estero per realizzarsi o se, al contrario, non è determinante e siamo noi un po’ fissati con questa cosa di Londra, dell’Australia, ecc. ecc.

Più che fissati direi che siamo geneticamente predisposti. Non serve scomodare i grandi esploratori del passato, pensiamo semplicemente ai nostri bisnonni che – purtroppo a causa della povertà – lasciavano l’Italia per raggiungere il Sud America, il Nord America, l’Australia, e anche le più vicine Svizzera e Germania.
Oggi ce la passiamo molto meglio ma non abbiamo perso lo slancio, con scopi naturalmente molto diversi.

Noi vogliamo carriera, esperienze, avventure, vivere al massimo il nostro percorso e rifiutiamo di (soprav)vivere giorno per giorno in attesa di una pensione che a quanto pare non arriverà mai e alla quale comunque non pensiamo.

Personalmente, appoggio fortemente la scelta di vivere un periodo della propria vita in un altro paese. Io l’ho fatto per circa un anno al termine dell’università e ancora oggi, nel mio attuale lavoro, passo circa il 60% del tempo fuori dall’Italia.

Vivere all’estero, adattandosi quindi a situazioni diverse da quelle in cui si è nati, fa diventare migliori e l’apprendimento delle lingue – per quanto molto importante – non è a mio modo di vedere il beneficio più significativo.

Il reale vantaggio sta nella maturazione personale, nella migliore visione di insieme, nell’apertura mentale che predispone all’apprendimento.

Sì, perché quando si cambia paese si affrontano montagne di problemi e lo si fa da soli. Si impara quindi a trovare una soluzione ad ogni difficoltà, a reperire informazioni, a non perdersi d’animo, a gestire la propria vita senza il supporto di famiglia e amici. Il cervello distrugge i precedenti limiti e siallarga” per diventare più potente. Un cambiamento così forte ha necessariamente un impatto positivo e permette di emergere su chi un simile bagaglio di esperienze non ce l’ha.

Ripercussioni positive si hanno anche a livello di autostima, in quanto la consapevolezza di essere in grado di cavarsela in ogni circostanza permette di scrollarsi di dosso paure e complessi rendendoci indipendenti e sicuri.

Inutile dire che anche le opportunità di lavoro migliorano; i recruiter italiani sono esterofili accaniti e tengono in enorme considerazione chi ha dimostrato il coraggio e la capacità di espatriare.

E’ come mettere il turbo.

Quindi, tutti all’estero senza se e senza ma?

Direi assolutamente di sì con un solo accorgimento: fare molta attenzione alle proprie aspettative.

Cosa ti aspetti dalla tua esperienza a Londra? Di fare i soldi? Di diventare Briatore?

Così rischiate grosse delusioni.

Posto che sognare non costa nulla e magari qualche volta aiuta, è comunque auspicabile tenere i piedi per terra e informarsi molto bene.

Vi svelo un segreto: a meno che non siate aperti ad esperienze molto esotiche, pionieristiche e pericolose i paesi sono tutti uguali. Le pepite d’oro non si trovano più, e se scegliete un paese occidentale fra l’uno e l’altro cambierà veramente poco in termini di opportunità professionali.

Al netto del periodo iniziale in cui non si è fluent nella lingua, la vera differenza la fa la nostra preparazione – il CV – quindi se a casa siamo poco qualificati (o qualificati in modo non in linea con quanto richiesto dal mercato) in Inghilterra saremo lo stesso o peggio. Poi magari a Londra ci potranno essere quantitativamente più opportunità di livello medio-basso (vedi le migliaia di posti da cameriere, ecc. ecc.) e più posizioni top per persone altamente qualificate, ma in quale gruppo rientrare dipende dalle nostre capacità ed esse non sono influenzate dalla location.

Se vogliamo diventare CEO di un’importante multinazionale vivere all’estero, di per sé, non significa granché. E’ invece importante seguire un percorso di studi di alto livello e poi collezionare esperienze lavorative prestigiose (in questo caso lavorare anche all’estero aiuta molto).

Se siete i nuovi Enrico Fermi non temete: a New York vi offriranno una cattedra nel giro di due settimane. Se però vi siete laureati in mediazione linguistica è facile che dobbiate fare i camerieri per un pezzo prima di trovare un lavoro minimamente in linea con quanto avete studiato.

Vivere fuori dall’Italia un periodo più o meno lungo è un’esperienza di crescita, non una scorciatoia per scansare i punti deboli del CV o reinventarsi completamente, guardatevi quindi dalle aspettative eccessive e capite bene come ottimizzare permanenza e risultato finale.

Ricordate inoltre che sarà un periodo indimenticabile, cercate quindi di far sì che lo sia in senso positivo. Non avrete infinite possibilità di vivere una città straniera da ventenni, curate quindi la vita sociale, fatevi amici (alcuni dei quali saranno per la vita) e vivete con la giusta leggerezza.

Buon viaggio 🙂

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