Quando siamo costretti a lasciare un lavoro

Se avete meno di 35 anni sapete bene quanto cambiare lavoro più e più volte sia diventato oggi non solo normale ma anche estremamente comune.

In linea di principio ciò non è un problema (anzi), molto però dipende da come il cambiamento effettivamente avviene, dal motivo per cui avviene, perché se tutti ce lo auguriamo ricco di novità positive (più soldi, più prestigio, più questo e più quello) nella realtà le cose possono andare diversamente.

Può ad esempio capitare che il cambiamento si imponga, o ci venga imposto, ed ecco che la sua gestione diventa più complicata.

Anni fa lavoravo per un’azienda che non mi avrebbe mai dato una reale stabilità economica, e fui pertanto costretto a cercarmi un’alternativa. Quel lavoro oggettivamente andava cambiato, letteralmente mi obbligava a lasciarlo.

Ci sono mille ragioni per andarsene comunque.

Pensiamo ad un lavoro che non ha più niente da insegnarci; ad un’azienda che non riconosce i nostri meriti; ad un posto in cui stiamo particolarmente male; ad un settore che non promette nulla di buono. In questo ambito la realtà supera la fantasia.

Come è normale che sia tutte queste situazioni (e molte altre) lasciano degli strascichi a livello psicologico perché il cambiamento si è per l’appunto imposto nella nostra vita e non è stato il frutto di una decisione serena. Non facciamo altro che ripeterci – più o meno inconsciamente – frasi tipo:

“Ho sbagliato tutto”
“In fondo lo sapevo ma ci sono andato lo stesso in quel posto”
“Mi sono rovinato la carriera”
“Ho sprecato un sacco di tempo per niente”
“Sono un disastro”

La verità è che siamo molto meno in controllo della nostra vita di quanto ci piaccia pensare ed esistono condizioni ambientali (in buona parte fuori dal nostro controllo) perfettamente in grado di far saltare i nostri piani, rendere vane le nostre decisioni, far fallire ogni sforzo.

Per questa ragione è importantissimo interiorizzare che sul lavoro cambiamento non fa rima con fallimento.

Non è fallimento nemmeno quando apparentemente avviene con modalità negative e ci obbliga a dei passi indietro. Non è una prova di incapacità o di chissà quale errore e guai a cadere nella trappola del confronto con gli altri che, guarda caso, quando si è depressi sembrano sempre in una situazione idilliaca (sindrome dell’erba del vicino).

La verità è che ogni momento della vita professionale ha un senso anche se alla fine ci obbliga a cambiare. Professionalmente non esistono esperienze inutili o errori e se col senno di poi determinate scelte possono sembrare dei passi falsi, va sempre ricordato che se in una certa fase abbiamo accettato o scelto un lavoro lo abbiamo sicuramente fatto sulla base di motivazioni che almeno in quel momento erano concrete.

Le esperienze che si rivelano spiacevoli ci addestrano innanzitutto ad evitarle nel futuro – impariamo cosa non volere più – ed anche a comportarci nel caso in cui disgraziatamente dovessero ripresentarsi. Non è poco!

Ho passato parecchio tempo a rimuginare sull’azienda che mi pagava noccioline, arrivando addirittura – al culmine della paranoia – a calcolare quanto denaro avessi perduto in termini di mancati guadagni e cosa avrei potuto fare con esso. Un atteggiamento mentale non proprio costruttivo che non mi sento di consigliare…

I rimpianti sono sempre inutili; va accettato che bisogni e desideri mutano nel tempo ed è normale che a fasi differenti della vita corrispondano scelte lavorative coerenti.

 

 

 

 

Immagine presa da repubblica.it

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