Come riprendere il controllo del lavoro da incubo

La settimana di chi al lavoro non si trova bene segue uno schema tipico:

Lunedì e martedì: la sveglia è una tortura. Lo sconforto di essere solo all’inizio di una settimana da incubo – l’ennesima – fa vivere una sgradevole sensazione di oppressione, un peso sul petto. Infilare le scarpe per uscire fa venire il magone. Angoscia allo stato puro.

Mercoledì: negativo come tutti gli altri, ha l’unico pregio di rappresentare una tappa psicologicamente importante: il giro di boa.

Giovedì: si inizia ad intravedere la luce in fondo al tunnel.

Venerdì: alle vessazioni ormai si è fatto il callo e poco di inaspettato può ancora succedere. Le ore passano lente ma lo spirito ormai è quello del weekend. La sera si apre un mondo: si recupera la gioia di vivere e ci si diverte da matti con poco. Una birra con gli amici regala un sollievo indicibile, come una doccia fresca al termine di una maratona. Il pensiero di avere davanti un intero fine settimana è inebriante.

Sabato: relax, si stacca, poi magari la sera fuori ancora gli amici. Al rientro, tuttavia, non si può fare a meno di pensare che un’altra stramaledetta settimana ci separa dalla prossima sera spensierata.

Domenica: fino a pranzo tutto ok (o quasi), poi però tornano peso sul petto e angoscia. Nel pomeriggio, sul tardi, si azzarda un aperitivo che non cambia di una virgola le cose. Se l’attesa del piacere è essa stessa piacere, possiamo affermare lo stesso dell’angoscia. Si ha il chiodo fisso dell’imminente ritorno al lavoro.

Dovendo trovare una definizione per questo tipo di esistenza, potremmo dire che è una vita in attesa di un venerdì sera e un sabato.

Chiariamo però cosa significa stare male sul lavoro: non una semplice insoddisfazione, compiti che non ci piacciono più di tanto, un capo poco brillante e sciocchezze simili. Non stare bene sul lavoro significa avere problemi seri, di quelli che se portati avanti a lungo causano problemi di salute. Quindi: colleghi ostili e arroganti (che ci maltrattano), capi aggressivi e minacciosi, clima aziendale pesante, pressioni, umiliazioni e vessazioni, orari estremamente impegnativi. Fattori che hanno un grave impatto psico-fisico sulla persona. Situazioni che purtroppo sono molto più comuni di quanto si possa immaginare.

Io ho vissuto in questo modo due anni e mezzo in tre lavori diversi.

Il primo era presso una ben nota azienda italiana: Ferrero. Il lavoro non era affatto male, il problema era il capo che mi stava continuamente col fiato sul collo, mi accusava di qualunque cosa dal brutto tempo alla fame nel mondo, mi chiamava dieci volte al giorno pretendendo risposta immediata a prescindere da quello che stavo facendo, mi cazziava per tutto, aveva un atteggiamento minaccioso e mi faceva pesare ogni secondo. Nella sua mediocrità umana e manageriale credo cercasse di spronarmi, motivarmi, con effetti però opposti.

La seconda azienda in cui mi sono trovato veramente male è il Real Madrid delle cause sindacali, l’incubo di ogni lavoratore, la multinazionale tedesca del maltrattamento. In una sola parola: LIDL. ho essenzialmente trovato l’inferno: offese, minacce aperte di licenziamento, bestemmie (anche e soprattutto da parte dei dirigenti), pianti isterici di cassiere sull’orlo dell’esaurimento, 90 ore di lavoro a settimana, colleghi stremati che diventavano di un’ostilità e mancanza di collaborazione mai viste. Una macchina dello sfruttamento. Oggi si fregiano di medaglie di cartone (come il Best Place to Work) e di testimonial di lusso (come Heidi Klum), ma sono certo che nella sostanza quasi nulla è cambiato. Contatti interni purtroppo me lo confermano.

Il terzo è stato più soft. In un’azienda della mia zona ho trovato un paio di colleghi più esperti col gusto per la prevaricazione che hanno fatto di tutto per rendermi il percorso difficile. Poi però le cose si sono sistemate, ho trovato un mio spazio e nessuno mi ha più disturbato.

Riflettendo a mente fredda ho realizzato quattro cose che mentre vivevo sulla mia pelle certe esperienze non comprendevo:

1. A farci a pezzi non sono tanto i fatti negativi che subiamo (rimproveri, liti, minacce, umiliazioni di vario genere), bensì la sensazione di non avere una via d’uscita.

2. La stupidità dello spirito “eroico” per il quale pretendiamo di ribaltare la situazione a tutti i costi. 

3. Il rischio tremendo di iniziare a credere a chi ci dice che siamo scarsi.

4. La pericolosità dei condizionamenti da parte degli eroi da salotto. 

Il punto 1 è falso perché ai problemi di lavoro esistono praticamente sempre vie d’uscita sia interne che esterne. Quelle interne sono rappresentate dal passaggio da un ufficio ad un altro (dove magari il clima è migliore), da un cambio del capo, dall’apprendimento di un lavoro che ci fa diventare preziosi e meno attaccabili. Quelle esterne invece si concretizzano normalmente in un cambio azienda: il mondo è grande e non dobbiamo limitarlo alla realtà in cui ci troviamo. Andarsene è possibile: non siamo alberi!

Il punto 2 Fantozzi lo definirebbe una “cagata pazzesca”.
Prendiamo l’esempio di un neo-assunto che, nonostante l’impegno ed i piccoli risultati – quelli alla sua portata – conseguiti, viene licenziato/non confermato da un’azienda in cui si vive un clima lavorativo conflittuale.
E’ forse il neoassunto colpevole del fallimento? Che strumenti aveva per incidere su persone che gli erano superiori in gerarchia o in esperienza? Come poteva uscire vincente da un sistema creato per stritolarlo?
Impegno e duro lavoro restano fattori chiave per il successo, ma ignorare la forza delle variabili che non controlliamo può rovinarci la vita con sensi di colpa che non hanno ragione di esistere. Non tutte le situazioni sono ribaltabili a nostro favore, impariamo dunque a sceglierci le battaglie da combattere fra quelle che possiamo vincere, e se le cose si mettono male ricordiamo che una ritirata strategica non è una vergogna, al contrario, potrebbe rivelarsi la chiave di un successo futuro.

Punto 3: la nostra autostima deve essere indistruttibile perché il mondo è pieno di gente desiderosa di farla a pezzi. E’ tipico del bastardo consumato attaccare l’autostima della vittima, per poi finirla con maggiore facilità quando non crede più in sé stessa. Guardia alta e guai a farsi colpire.

Come ricorda il punto 4, è molto comune trovare chi suggerisce di tenere duro fino alla fine, chi ha capito la situazione meglio di noi, chi ne sa a pacchi, chi ci è già passato, chi ne ha vissute di ben peggiori. E’ un classico. Quando si sta male e non ce la si fa più non è sbagliato andarsene, costi quel che costi. Sappiatello e non ascoltate chi vi suggerisce di immolarvi.

Non appena riflettiamo su questi punti i problemi restano ma acquisiamo una prospettiva differente e torniamo a sentirci padroni della nostra vita. Direi “in controllo”. Capo e colleghi si trasformano da aguzzini onnipotenti a poveracci senza una vita che per sentirsi qualcuno hanno bisogno di tormentare il prossimo. Uomini e donne insignificanti.

E’ quindi estremamente importante iniziare ad agire concretamente. Aiutandovi con i quattro punti, cercate di pensare freddamente e razionalmente alle azioni che potete compiere per cambiare lo stato delle cose. Sono plausibili soluzioni interne all’azienda? Se sì provateci, se no tuffatevi senza esitazione nella ricerca di soluzioni esterne ad essa. I quattro punti offrono spunti molto concreti e non vanno persi di vista.

L’azione pratica per uscire da un lavoro che ci tormenta è un fattore di grande incoraggiamento: da vittime sacrificali diventiamo persone forti protagoniste del loro futuro. Soprattutto ai nostri occhi (che è sicuramente la cosa più importante).

La soluzione c’è e non è aspettare il weekend!