Monthly Archives: Settembre 2016

Quanto essere disponibili sul lavoro?

Definizione di disponibilità: andare oltre lo stabilito/contrattualizzato in termini di orario e compiti.
Non rientra nel concetto di disponibilità il fare bene il proprio dovere (quello, appunto, è un dovere).

A chi non è mai capitato di fermarsi in ufficio oltre l’orario? Chi non ha mai lavorato nel weekend o in vacanza? Chi non si è mai visto costretto a fare il lavoro di qualcun altro?

La disponibilità sul posto di lavoro è un grande tema che prima o poi affrontiamo tutti almeno in una delle sue mille sfaccettature; c’è chi è molto rigido, fissa paletti e da lì non si sposta, e chi, al contrario, tende ad offrire maggiore elasticità.
La mia posizione è chiara: la grande dicotomia fra interessi dell’azienda e interessi dei dipendenti è una cazzata gigantesca. Una stupidaggine vetero-comunista degna di gente che non merita di avercelo un lavoro. Quindi se la domanda è: “devo essere disponibile?” la risposta è certamente affermativa.
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Il business mostruoso dei corsi di lingua

Recentemente ho avuto il privilegio di frequentare un corso di francese a Parigi. Considerato che non era il primo corso di lingua della mia vita, mi sono convinto a buttare giù qualche riga sul tema.

Piccola introduzione: i corsi di lingua, nel mondo della formazione, sono i progenitori di tutti i corsi, i più antichi, e fra quelli sicuramente col giro d’affari più grande in tutto il mondo.

La bella scuola che ho avuto il piacere di frequentare dispone di un intero piano (con decine di stanze) in un edificio storico in Avenue de l’Opéra e ha a disposizione altre sedi di prestigio in tutta la città (una fra l’altro in Avenue de Champs Elysee). Che tali immobili siano di proprietà o in affitto non sposta di un centimetro un fatto: trattasi di investimenti ingenti che ci danno un’idea dei fatturati, nella fattispecie, di una scuola di lingue affermata.

Va detto che se un corso è di qualità ha la sua ragione di esistere e non siamo qui per contestare a priori (il mio di francese, ad esempio, non era male quindi non mi lamento).
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Sfuggire al proprio terribile ed implacabile senso del dovere

Sebbene fannulloni, raccomandati, politici assenteisti e cialtroni in generale facciano molta più notizia (non a caso si parla generalizzando di “giovani che non hanno voglia di lavorare”, “statali inefficienti”, “dipendenti che se potessero starebbero sempre in malattia”, ecc. ecc.), esiste un mondo parallelo di persone tormentate che vive in maniera opposta.

Queste persone silenziose e disciplinate si caratterizzano per un fortissimo senso del dovere: esso viene inculcato da famiglie generalmente rigide, vecchio stampo, e trova terreno fertile in un’indole ricettiva e rispettosa dell’autorità genitoriale.

I genitori, convinti di crescere personcine a modo, non si rendono conto di condannare i poveri cristi ad una vita di durissimo lavoro e tanti inutili sensi di colpa.
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Due cuori e due capanne

Tra i miei migliori amici, quelli accoppiati si trovano in relazioni che presentano le seguenti (letteralmente) eccentriche combinazioni:

  • Lei vive e lavora a Milano, lui vive e lavora a Roma. Fidanzati, si vedono ogni weekend.
  • Lui vive e lavora a Parigi, lei l’ha raggiunto. Sposati, lei ha accettato un lavoro che non le piace per stare con lui.
  • Lei vive e lavora a Roma, lui vive e lavora a Lugano. Sposati, i 3 bambini vivono con lei e lui li vede ogni 2 settimane (quando non ci sono emergenze al lavoro).
  • Lei vive e lavora a Milano, lui vive e lavora a Firenze. Sposati, senza figli, lui ha chiesto il trasferimento. Non si sa se e quando il trasferimento arriverà.
  • Lei vive e lavora a Parigi, lui vive e lavora a Londra. Si fanno un weekend al Musée Rodin e uno al Barbican, tutti li invidiano e Nicolas Petrovic gongola.

Mi domando: è cambiata la nostra idea di relazione o si sono modificate le nostre necessità? E se certe scelte ci vengono imposte da fattori esterni (leggi: lavoro), ci adattiamo volentieri o ne soffriamo enormemente?
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Il flirt in ufficio: cheap o chic?

Amo profondamente il mio ragazzo. Non c’è niente nella vita che mi faccia più felice di lui, che mi metta il sorriso sulle labbra come vederlo.

E però, confesso, a volte flirto un po’ in ufficio.

Un flirt leggero e innocente. Quel tipo di flirt che mette di buonumore, una brezza di lusinghe che appaga l’orgoglio dell’altro, che non fa male a nessuno e, soprattutto, che non va da nessunissima parte.

Rigorosamente con colleghi di pari livello di altri dipartimenti e rigorosamente mai con il mio capo.

Ma non andrei mai oltre. Questo non solo perché amo il mio ragazzo, e questa ragione, è chiaro, sarebbe più che sufficiente, ma perché è deleterio per la carriera.

Se siete una donna in un mondo di uomini, come me, o un uomo con poche colleghe femmine, vi sarete trovati qualche volta in situazioni delicate. La cena di Natale nella quale si beve un bicchiere di troppo, la festa estiva in piscina in cui l’abbigliamento è per tutti succinto – per non parlare degli spettacoli che si vedono se si finisce in piscina vestiti -, la riunione in cui, concluso l’affare, si parla con il cliente di calcio o di donne per stemperare la tensione. Tutte situazioni pericolose: non per la vostra virtù della quale questo blog non si preoccupa, ma per la vostra carriera.
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