Monthly Archives: Agosto 2016

Tornare all’Università…dopo la Laurea

Sabato scorso ero al matrimonio di un caro amico e, come spesso capita, è stata l’occasione (stranamente gradita) per rivedere alcune facce scomparse dai tempi del liceo. Tra queste, quella di Lisa, una ragazza molto in gamba di qualche anno più piccola di me, che ricordavo perché una delle “belle” del liceo.
Lisa, all’epoca molto portata per il greco ed il latino, mi ha raccontato di essersi laureata un paio di anni fa in Lettere, e di essere attualmente studente, al primo anno, di Medicina e Chirurgia.

Dopo un’avvampante sensazione di invidia per la scelta coraggiosa, e per la vita da studente trentenne, mi sono trovata a riflettere profondamente su cosa abbia spinto Lisa a decidere di imbarcarsi, dopo la laurea, in un percorso di studio lungo 6 anni, che, tendenzialmente, porterà ad una specializzazione di ulteriori 4 o 5 anni, seguita poi da una vita di studio e di apprendimento.

Naturalmente ho posto la domanda a Lisa, ma la risposta è stata molto vaga.

Dunque, mi domando, vale davvero la pena tornare all’Università, dopo la Laurea?

Confesso che il quesito mi tocca da vicino, essendo io rientrata tra i fortunatissimi (l’ironia è d’obbligo) giovani sprofondati, per questioni anagrafiche, da quella voragine vergognosa che chiamiamo amichevolmente “la riforma del 3 + 2”.
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Come affrontare un corso intensivo di lingua straniera (imparando a parlare in poco tempo)

E’ possibile apprendere una lingua in pochi giorni aggiungendo al proprio CV una competenza fra le più apprezzate?

Magari mentire sul proprio livello durante la candidatura per poi recuperare in extremis?

Esistono strategie efficaci per farcela?

Miracoli non se ne fanno, ma la buona notizia è che il sistema esiste eccome.

Ho appena terminato un corso di due settimane (nove lezioni) di una lingua della quale non avevo alcuna conoscenza, condividerò quindi le mie riflessioni a riguardo.

Innanzitutto: cos’è un corso intensivo di lingua?

E’ un corso che prevede l’intera giornata in aula per un periodo più o meno breve e che può svolgersi in Italia come all’estero (nel secondo caso i vantaggi sono intuitivi).
Nel mio caso specifico, l’obiettivo postomi dall’azienda (che ha pagato per il corso) era quello di raggiungere un livello sufficiente per una comunicazione professionale accettabile.
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Perché non è mai opportuno identificarsi con il proprio lavoro

Il caso Schwazer che ha impazzato in TV in questi giorni mi ha persuaso definitivamente di un pensiero: non bisogna mai identificarsi completamente con il proprio lavoro.

Nell’epoca dei motivatori (alcuni bravi, altri oggettivamente fenomeni da baraccone) che ci incitano a dare il massimo, a pretendere sempre di più da (e per) noi stessi, a osare sempre e comunque, sembra un’affermazione in controtendenza. Ma così non è.

Non identificarsi col proprio lavoro non significa tirare i remi in barca, battere la fiacca, fare il fannullone. L’impegno può (anzi, deve) essere al massimo. Significa comprendere che noi non siamo il lavoro che facciamo e il lavoro che facciamo non è noi. Questo esercizio può risultare particolarmente difficile quando svolgiamo un’attività lavorativa che ci appassiona e coinvolge, e magari ci viene bene e ci fa sentire persone di successo; in questo caso identificarcisi fa anche un po’ comodo perché ci sentiamo realizzati.

Tutto comprensibile, però se ti capita una cosa alla Schwazer che succede? Andiamo in depressione?
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Che lavoro fai?

E’ di un paio di giorni fa un articolo della BBC che titola “Why you shouldn’t ask people what they do (for a living)”. Leggendolo l’ho trovato geniale. Ha acceso i miei personali riflettori su un tema che vivo con un certo disagio da sempre e che pensavo essere una paranoia solo mia, una sorta di pippa mentale che gli altri non si fanno. Dalla BBC ricavo invece indicazioni rassicuranti.

L’articolo evidenzia come oggigiorno sia prassi diffusa chiedere agli estranei che abbiamo occasione di conoscere – magari nel corso di un “piacevolissimo” aperitivo – che lavoro facciano; sembra che la domanda venga posta quasi subito, entro i primi minuti dall’inizio di una conversazione. L’articolo ci spiega come ciò non sia assolutamente appropriato. In nessun caso.

E mi trova d’accordo. D’accordissimo.

Nel corso dei miei otto/nove anni di carriera ho cambiato diversi lavori e aziende ma ho sempre risposto particolarmente malvolentieri a chi mi chiedeva che lavoro facessi.

A parte la serata in cui mi trovai costretto a confessare di essere disoccupato (eh sì, capita pure questo), anche quando me la passo bene resto sempre sul vago.
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Non diventate degli sradicati

Questo post è dedicato ai cittadini del mondo.

Agli entusiasti del viaggio perenne (di solito per lavoro) che mai tornerebbero a casa, alle persone sempre pronte a ricominciare tutto daccapo in una nuova città, ai fanatici del check-in e delle stanze d’albergo, a quelli che se non si trovano all’estero (meglio se in una metropoli cool) non stanno bene.

Non diventate degli sradicati!!!

Sradicato è chi elegge il viaggio e/o la vita lontana da casa a perno della propria esistenza, predilige frequentazioni internazionali (spesso superficiali) e vive con distacco (e forse conflittualità) il rapporto con le proprie origini.
Il rischio di diventare sradicati – o entrare “nell’espatriato lifestyle” – è sempre più concreto complici l’oggettiva facilità ad intraprendere viaggi e la natura multinazionale di un numero crescente di professioni.

Viaggiare fa bene e fa crescere, non c’è dubbio, ed è pure molto divertente.

Trovo che il divertimento sia forse la fregatura più grande dello sradicato.
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