Come presentare senza imbarazzo un Curriculum Vitae movimentato

Nonostante il mercato del lavoro sia da tempo molto dinamico, persistono da parte di certe aziende resistenze legate al passato.

Sarà per questo che una collega desiderosa di cambiare aria mi ha confidato la sua preoccupazione. A ventisette anni e a tre dalla laurea ha già lavorato per tre imprese diverse in una ricerca del proprio posto nel mondo che noi millennials conosciamo bene.

Il problema che si pone non è frutto della sua fantasia: se infatti, di norma, un giovane con varie esperienze professionali viene valutato positivamente, è anche vero che dinanzi a troppi cambiamenti (quanto sia troppo non è dato saperlo) molte aziende iniziano a diffidare del candidato. Si domandano perché cambi così spesso, se lo farà anche in futuro, se non sia una persona problematica che viene allontanata, se è il tipo di persona che perde la motivazione dopo poco.

A ben pensarci è un approccio veramente bizzarro (e un pochino ipocrita): le aziende adorano la flessibilità dei contratti (che permette più o meno ogni nefandezza), se però il collaboratore inizia a sfruttare il meccanismo a proprio vantaggio non va più bene. Pare che si debba restare in un’azienda perché in qualche maniera glielo si deve, e non perché conviene.
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La difficoltà di selezionare il personale

In varie occasioni abbiamo spiegato come affrontare con successo un colloquio di lavoro, superando paure, valorizzando i propri punti di forza ed evitando gli errori più comuni.

Una recente esperienza mi ha però messo dinanzi ad un’altra difficoltà: quella di assumere qualcuno. Ho scoperto cosa vuol dire stare dall’altra parte del tavolo.

Questo post quindi lo scrivo con un pensiero rivolto ai selezionatori, a quelli che tutti i giorni devono preoccuparsi di assumere o far assumere alle aziende clienti delle persone affidabili e capaci. Non è un lavoro facile il loro.

Premetto: non sono un selezionatore né ho competenze specifiche nel settore HR, mi limiterò pertanto a condividere la mia esperienza con gli insegnamenti che ne ho tratto.

Dunque, il mio compito consisteva nell’assumere un magazziniere, un ragazzo che si occupasse di movimentazione merci, manutenzione ordinaria e riordino del magazzino. Continue reading

Ottenere un aumento di stipendio

Recentemente ho concretizzato un proposito che covavo da tempo: ho chiesto e ottenuto un aumento di stipendio.

Penso che su questo tema vada fatta, da noi in Italia, un sacco di educazione.

Innanzitutto dobbiamo metterci in testa che chiedere l’aumento NON è una vergogna. Parlare di soldi, di quelli che percepiamo, non è un tabù (anche se fanno di tutto per farcelo credere). Lavoriamo per la gloria? Certo che no, se dedichiamo buona parte della vita ad un’attività è assolutamente normale che lo facciamo per denaro e che le nostre pretese con il tempo vadano aumentando.

Altra idea dura a morire è che non serva chiedere l’aumento perché se il capo ce l’avesse voluto dare lo avrebbe fatto di sua spontanea iniziativa.

FALSO
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O hai la giusta relazione o sei carne da cannone

Questo è un post per gli ambiziosi, per quelli che pensano in grande e desiderano una vita fuori dall’ordinario e all’insegna del successo.

Niente di male eh… solo pessime notizie.

E’ del 26 luglio 2017 uno splendido articolo uscito su jacobinmag.com che mi fa arrabbiare moltissimo perché talmente bello e vicino al mio pensiero che avrei dovuto scriverlo io. E invece mi devo limitare a citarlo.

L’articolo parla dell’enfant prodige della politica mondiale, il neo-eletto presidente della repubblica francese Emmanuel Macron.

Come sostiene l’autore Macron è giovane, bello e carismatico, tuttavia togliamoci dalla testa che sia anche buono (il titolo dell’articolo è “Macron is not your friend”). L’immagine di salvatore della patria, paladino del bene, estremo difensore di qualunque nobile istanza si rivela alla prova dei fatti (e delle sue prime decisioni da presidente) una macchinazione elettorale ben riuscita in cui lui è riuscito a farsi passare per una specie di supereroe della Marvel.
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I “neet” e un paio di consigli per uscire dal circolo vizioso della disoccupazione

L’articolo uscito su La Stampa che racconta di Ernesto – ventunenne, torinese e “neet” – mi ha molto colpito.

“Neet” è un acronimo inglese che sta per “not in employment, education or training” e che definisce nel gergo comune i giovani fra i diciannove ed i venticinque anni che conducono essenzialmente una vita da pensionato, salvo il fatto di non esserlo e di non percepire alcuna pensione.

Il neet non studia, non ha un lavoro e non ne cerca uno perché di solito lo ha cercato per molto tempo senza risultati ed è talmente sfiduciato da non crederci più. Il neet sprofonda in uno stato di apatia, non agisce e probabilmente perché non sa come farlo. Ernesto, il protagonista dell’articolo, fa il casalingo la mattina, ed il pomeriggio gioca con la PlayStation. Guarda i suoi coetanei vivere normalmente mentre lui non può permettersi nulla; implicitamente mette anche in discussione il proprio diritto a desiderare le cose più normali tipo una serata in discoteca o una vacanza estiva.

La vicenda ha bucato lo schermo ma non scopre nulla di nuovo. In Italia manca da anni una vera politica del lavoro che si occupi di dare un’occupazione a tutti. Alla fine uno Stato se non si preoccupa di pianificare questo, cosa deve fare?
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Quando siamo costretti a lasciare un lavoro

Se avete meno di 35 anni sapete bene quanto cambiare lavoro più e più volte sia diventato oggi non solo normale ma anche estremamente comune.

In linea di principio ciò non è un problema (anzi), molto però dipende da come il cambiamento effettivamente avviene, dal motivo per cui avviene, perché se tutti ce lo auguriamo ricco di novità positive (più soldi, più prestigio, più questo e più quello) nella realtà le cose possono andare diversamente.

Può ad esempio capitare che il cambiamento si imponga, o ci venga imposto, ed ecco che la sua gestione diventa più complicata.

Anni fa lavoravo per un’azienda che non mi avrebbe mai dato una reale stabilità economica, e fui pertanto costretto a cercarmi un’alternativa. Quel lavoro oggettivamente andava cambiato, letteralmente mi obbligava a lasciarlo.

Ci sono mille ragioni per andarsene comunque.
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